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Come si medita
Da: "La consapevolezza della Veritá", di Yogeshwar.
Nel testo sono state omesse delle parti dirette più che altro ai Maestri di Intensivi. Invitiamo il lettore che desidera approfondire il tema dei Koan alla lettura dell'intero testo del Manuale per Maestri.
"I koan, ossia le domande chiave su cui meditare, entrarono nella pratica dello Zen Rinzai quando un maestro pensò che sarebbe stato utile limitare il campo della contemplazione specificando quale aspetto della Verità si intendeva conoscere coscientemente e direttamente. In India, dai tempi antichi sino ai nostri giorni, migliaia di ricercatori della Verità hanno meditato focalizzando la propria attenzione sulla domanda «Chi sono io?». Ci sono diverse scuole di pensiero che discutono dove l’attenzione andrebbe focalizzata e se ciò dipende in parte dallo scopo che l’aspirante si propone. Il nostro scopo è quello di offrire ai partecipanti a un Intensivo di Illuminazione la possibilità di avere un’esperienza d’illuminazione in soli tre giorni; per questo li facciamo lavorare su una domanda affinché possono entrare in contatto con l’oggetto specifico della loro illuminazione.
Ciò velocizza tutto il processo per raggiungere l’esperienza d’illuminazione. Ad ogni modo, la domanda è solamente un mezzo per dirigere l’attenzione del partecipante sull’oggetto d’illuminazione, non è l’oggetto d’illuminazione stesso....
Quando i partecipanti sono in Diade, il partner che ascolta [partner passivo] deve dare al partner che medita e comunica [partner attivo] un’istruzione invece che formulare una domanda. Chiedere:«Chi sei tu?» funziona, ma non è abbastanza forte e diretto come l’istruzione: «Dimmi che sei tu».
Inoltre una domanda sollecita a intellettualizzare, mentre l’istruzione [che se data adeguatamente suona come un comando] ha l’effetto di penetrare l’intellettualizzazione. Perciò, per le due domande di contemplazione: «Chi sono io?» e «Che cosa sono io?», usiamo i comandi diretti: «Dimmi che sei tu» e «Dimmi che cosa sei tu».....
Differenza tra Chi e Che cosa
Chi è diverso da Che cosa. Immaginate che vi siano due cerchi identici l’uno all’altro. Un cerchio è Che cosa ognuno di loro è, ma esiste un cerchio a sinistra ed uno a destra. Ogni cerchio ha la sua propria identità — ossia Chi egli è — anche se entrambi sono cerchi. La loro natura — Che cosa sono — è identica. È come guardare una foresta: notate alberi, poi osservate quest’albero e quello, e quell’altro ancora. Ogni albero ha la sua propria identità. Molte persone impiegano parecchio tempo per ottenere l’illuminazione sul Chi, ciò accade perché stanno interpretando la domanda «Chi sono io?» sia come Chi che come Che cosa, mescolati insieme. Quando finalmente raggiungono l’illuminazione, essi hanno, a un certo livello, una conoscenza cosciente e diretta di Chi e Che cosa sono. Ma se diventano frustrati e voi volete aiutarli, potete spiegare loro la differenza tra Chi e Che cosa. Allora avranno più facilmente un’esperienza d’illuminazione su Chi sono loro.
Le persone hanno una naturale tendenza a procedere o molto superficialmente o molto profondamente. Se andate profondamente, avrete periodi di tempo più lunghi prima di raggiungere un risultato, ma quando finalmente lo raggiungete, sarà un risultato significativo. Se invece procedete più superficialmente, non raggiungerete subito risultati profondi ma avrete più livelli diesperienza che incoraggiano a procedere.
Volendo, potreste usare soltanto la domanda «Chi sono io?». Il Chi include, se lo interpretate in senso ampio, il Che cosa e lo potete usare dal principio alla fine della vostra sadhana per realizzare la completa illuminazione. Berner ricorda: «Ramana Maharshi fu un grande maestro e propugnatore della meditazione sul «Chi sono io?». Egli trasse questa pratica dagli insegnamenti dell’antica India e le ridiede vita. Vidi per la prima volta Ramana in un cinegiornale, che insegnava come contemplare sulla domanda «Chi sono io?». Egli la usò come pratica per tutta la vita, fino alla totale illuminazione. Ramana era raggiante pur soffrendo di un cancro che aveva invaso tutta la spalla e il braccio sinistro, e che alla fine si diffuse in tutto il corpo. Ma lui sapeva Chi era e rimase serafico durante tutto il decorso della malattia. Ramana stava passando allo stadio che segue la piena Illuminazione, ossia la trasformazione del corpo apparente. Egli voleva dire: «Guardate questo corpo che viene mangiato». Ciò che accadde era il suo karma, ma lui era sereno e semplicemente osservava l’intero svolgersi degli eventi. Era un santo e ottenne questo livello attraverso la contemplazione sul «Chi sono io?» per anni e anni. Lo vidi alla sua morte, in un cinegiornale, quando avevo quattordici anni. Impiegò circa un giorno e mezzo prima di morire.
Tutti erano preoccupati, ma lui era nella beatitudine. Questa esperienza fu una vera ispirazione per me»".