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Percorsi affini
Non sono la mente. Io sono il Sé
Vita e insegnamenti di
Sri Lakshmana Swami e Mathru Sri Sarada
a cura di David Godman
CAPITOLO XVI
La realizzazione del Sé
All'inizio dell'ottobre del 1978, la sorella di Sarada, che abitava a Bangalore, si ammalò e le chiesero di prendersi cura di lei per alcuni giorni. Sarada parti il 18, programmando di fermarsi solo pochi giorni, ma le condizioni di sua sorella non migliorarono e non poté tornare da Swami fino a dicembre. Nonostante la distanza che li separava, il contatto fra loro era ancora intenso. Alla fine di novembre Sarada sognò di lui e anche dopo che si svegliò, la sua immagine era ancora vivida. Mentre Sarada si stava svegliando, Swami stava dormendo in camera sua all'ashram e in seguito raccontò che vide Sarada nella sua stanza anche se fisicamente era lontana più di trecento chilometri. Questa non era la prima volta che l'immagine di Swami si materializzava davanti a Sarada. Nel 1975, mentre dormiva in casa di Swami, sognava di averne il darshan e al suo risveglio l'immagine di Swami era ancora presente, poi si alzò, passò attraverso una porta chiusa e tornò dove la sua forma fisica stava dormendo. Una cosa simile accadde un anno più tardi. Sarada si svegliò e vide Swami seduto su un divano. Questa volta la figura si mosse per andare a sdraiarsi sul letto. In entrambe le occasioni Swami era profondamente addormentato mentre la sua immagine appariva. Mentre Sarada mi stava raccontando queste cose, Swami intervenne: "II Sé può assumere qualunque forma; Sarada stava pensandomi e sognando di me, cosi il Sé assunse la mia forma". Fu durante il suo soggiorno a Bangalore che Sarada cominciò ad entrare nel Kevala Nirvikalpa Samadhi. Ella racconta che dapprincipio non aveva idea di cosa fosse quello stato. Le prime volte che lo sperimentò, pensò che stava soltanto entrando in uno stato di sonno molto piacevole. In seguito a questi stati la sua mente, che era stata quieta e relativamente libera dai pensieri per parecchi mesi, improvvisamente cominciò ad avere strani desideri. Durante gli anni trascorsi con Swami aveva avuto soltanto uno o due vestiti poco costosi, e non aveva mai prestato molta attenzione al suo aspetto esteriore. Ma a Bangalore, improvvisamente cominciò ad ammirare e a desiderare i costosi vestiti di sua sorella. A un certo punto la sua mente sviluppò persino un'intensa brama per le siddhi. Sarada osservò questi desideri con grande interesse, ma non fece mai alcun tentativo di realizzarli e dice che negli ultimi mesi di quell'anno si trovò in uno stato di completo distacco che la mise in grado di testimoniare tutti i suoi pensieri, desideri ed emozioni con imparzialità, senza esserne mai coinvolta. Nelle ultime settimane del suo soggiorno a Bangalore visse nello stato di libertà dai pensieri, o samadhi. Smise di meditare su Swami e di fare la puja davanti alla sua immagine e passò molte ore sdraiata a letto. Sua sorella pensò che stesse diventando indolente e in un'occasione le disse: "Vivi in un ashram e si suppone che tu sia una devota; ma non mediti più e hai smesso di fare la puja, che razza di devota sei? Stai semplicemente sdraiata a letto e non fai nulla". Quando le fecero quest'osservazione, Sarada era immersa cosi profondamente nel suo stato di coscienza che non fu in grado di spiegare cosa le stava accadendo e non poté dare alcuna risposta.
Quell'anno, quando giunse il giorno di Dipam, il 12 Dicembre del 1978, Sarada uscì dal suo stato libero dal pensiero e celebrò il festival facendo un disegno di Arunachala sulla cui cima pose una foto di Swami e una luce simbolica. Concentrandosi su di essa entrò nuovamente nello stato libero dal pensiero, la sua mente sprofondò nel Cuore ed ebbe una temporanea esperienza del Sé.
Il giorno seguente decise che non poteva più rimanere a Bangalore e comunicò a sua sorella che doveva urgentemente vedere Swami. Racconta che durante tutto il suo soggiorno a Bangalore il mondo le apparve come un sogno. Con il desiderio di vedere Swami nella mente, decise che il sogno era finito. Sua sorella non si era ancora completamente rimessa dalla sua malattia e questo le impedì di andarsene per altri tre giorni. Sarada parti per Gudur la sera del sedici.
Viaggiò in autobus e per la maggior parte del viaggio rimase in samadhi, o molto vicino a questo stato e ciò fu piuttosto disagevole, perché dovette cambiare corriera a Tirupati. Fu abbastanza conscia da scendere dall'autobus con la sua borsa, ma rientrò subito nella stato libero dal pensiero. Un compagno di viaggio la trovò in piedi sul ciglio della strada con lo sguardo fisso nel vuoto e quando seppe che Sarada stava andando a Gudur, la condusse alla corriera per quella destinazione. Sarada riguadagnò coscienza per il tempo necessario a pagare il biglietto e poi tornò in samadhi per le tre ore di viaggio che rimanevano.
A Gudur vennero a prenderla i suoi familiari e l'accompagnarono a casa. Cercarono di trattenerla raccontandole tutte le novità e i pettegolezzi, ma era incapace di prestare attenzione a ciò che le dicevano e non diede nessuna risposta. Infine i suoi parenti pensarono che fosse molto stanca e la lasciarono andare a dormire. Il giorno dopo, alle dieci di mattina, si recò all'ashram, sedette di fronte a Swami e cercò di parlargli degli stati di coscienza che aveva sperimentato. Era ancora cosi assente che trovava difficile parlare. Swami cercò di attirare la sua attenzione raccontandole ciò che era accaduto all'ashram durante la sua assenza, ma Sarada non riusciva a concentrarsi su nulla di ciò che le diceva. Quando comunicò a Swami che non era in grado di fare attenzione, egli smise di cercare di farla parlare. L'aveva osservata con attenzione fin da quando era arrivata e aveva visto chiaramente che in lei il Sé stava cercando di attirare il pensiero io. Alcuni minuti più tardi, un gruppo di visitatori arrivò all'ashram. Swami entrò in casa, perché non voleva vederli e Sarada rimase seduta nella veranda. Restò là per due ore, immersa nello stato di Kevala Nirvikalpa Samadhi. A volte i suoi occhi si aprivano leggermente, ma non era in grado di vedere nulla, perché la sua mente era completamente sprofondata nel Cuore. Quando ciò accadeva, il pensiero io saliva dal Cuore al cervello, ma Sarada ben presto realizzò che poteva facilmente farlo immergere ancora chiudendo gli occhi.
Verso mezzogiorno Baia portò il pranzo per Sarada e Swami, che la chiamò per farle mangiare qualcosa, ma Sarada scoprì di non essere in grado di muoversi da sola, cosi Baia e Swami dovettero aiutarla ad entrare in casa. Sarada fece molta fatica a mangiare e la prima volta che ci provò riuscì solo a sollevare la mano a mezz'aria. Dopo alcuni tentativi e con l'aiuto di Swami, alla fine riuscì ad inghiottire qualcosa e a bere dell'acqua. Passò il resto del giorno e tutta la notte in samadhi. Nel corso della giornata Swami l'aiutò a camminare un po' sotto la veranda, ma per il resto del tempo le permise di rimanere indisturbata.
Il mattino successivo usci dal samadhi con una forte consapevolezza che il pensiero io esisteva ancora. Ricordò la pace del giorno precedente, quando si trovava in samadhi, con il pensiero io che era temporaneamente scomparso e decise di provare a tornare in quello stato. Chiuse gli occhi e nel giro di pochi minuti il pensiero io sprofondò nel Cuore e fu di nuovo in samadhi. Il pensiero io venne immerso nel Cuore diverse volte durante la giornata e, ogni volta che sprofondava, Sarada era convinta di aver realizzato il Sé. Era ancora in grado di parlare e Swami, pensando che la sua realizzazione fosse ormai prossima, le mise accanto un piccolo registratore per incidere le sue parole. Sarada parlò con calma, con frasi brevi e frequenti pause, dato che era sopraffatta dalla beatitudine del Sé.
"Non ho un corpo. Non ho un io. Non sono il corpo. Non so come stia parlando. Qualche sorta di potere sta parlando attraverso di me".
Swami le chiese se stesse guardando ed ella rispose:
"Anche se sto guardando, non sto guardando. Dov'è l'io che potrebbe guardare? Quando la mente entra nel Cuore, non c'è un io a dire che non c'è l'io. Il mio io è morto".
Swami allora le chiese come si sentisse.
"Tutto il mio corpo è permeato di pace e beatitudine. Non posso descriverlo. Ogni cosa è piena di pace. Il Sé mi sta trascinando e non sono in grado di aprire gli occhi. Tutto il mio corpo è debole".
Swami commentò: "È come un elefante che entra in una capannina. Essa non può sopportare il colpo". Poi chiese: "È qualcosa al di là del tempo e della morte?".
"È al di là del tempo e della morte poiché non c'è mente. Dato che l'io è morto non desidero più mangiare, non sono più in grado di farlo. Per quanto il cibo sia gustoso non posso mangiare; non ne ho il desiderio. Ogni cosa è impregnata di pace e beatitudine. Sono appagata dalla meditazione. Ho riconosciuto il mio Sé, quindi sono appagata".
Swami allora le disse che il suo io non era ancora morto, e che non aveva ancora raggiunto lo stato finale.
Sarada rispose: "Poiché l'io è morto non c'è un 'tu'".
"Non hai né madre né padre?" Chiese Swami.
"Non c'è padre, non c'è madre, non c'è mondo. Tutto è pace e beatitudine. Perché dovrei mangiare se non c'è l'io? Il corpo è inerte, non può mangiare. Un cadavere non mangia. È così perché l'io è morto. Poiché non posso mangiare, non posso parlare. Chi stia parlando non lo so".
"Allora chi sta parlando?" Chiese Swami. Sarada rimase in silenzio, cosi egli rispose da sé alla sua domanda: "Il Sé sta parlando". Poi Sarada continuò:
"Anche se sto guardando, non sto vedendo. Anche se sto parlando, non sto parlando. Qualunque cosa stia facendo, non la sto facendo, perché l'io è morto. Non ho corpo. Tutti i nervi sono permeati di pace e beatitudine. Tutto è Brahman. Tutto è beatitudine. Nelle vene invece del sangue fluiscono amore e beatitudine. Un grande potere è entrato in me".
Tre mesi prima Swami aveva detto a Sarada: "Anche se dormo non sto dormendo". Sarada lo ricordò e ripetè le parole di Swami e disse che finalmente era in grado di comprendere cosa aveva inteso. Poi continuò a parlare:
"Non penso di fare nulla. Non ho paura della morte. Prima la temevo, ma ora non più. Non mi preoccupo. Non ho più nulla da fare; abbandonerò il corpo".
Swami le chiese di restare ma Sarada rispose: "Cos'è la morte ora? Il corpo è inerte, come può morire? Il mio io è morto, cosa deve morire? Perché allora temere la morte?". Swami allora le ricordò che il suo io non era morto e che non era ancora nello stato finale di Sahaja.
Swami fermò il registratore e parlò un po' dello stato che sperimentava Sarada quando si esprimeva in quel modo.
"Chiunque abbia avuto la mente immersa completamente nel Cuore anche per breve tempo può parlare come un illuminato. L'esperienza è la stessa, ma il pensiero io non è morto, e riemergerà prima o poi. Tale esperienza non è lo stato finale, perché non è permanente". Quindi mi fece ascoltare la parte finale dei commenti di Sarada sulla sua esperienza.
"Sono ovunque, non sono il corpo. Non ho corpo, così non ho paura. Sono immobile. Qualunque cosa faccia, sono immobile. Risplendo come il Sé. Ogni cosa è un grande vuoto (Maha Sunya). Come posso descrivere il Sé a parole? Non è né luce, né oscurità. Nessuno può descriverlo. Nel passato, nel presente o nel futuro, nessuno può descriverlo. È difficile. Il Sé è il Sé; questo è tutto".
Per tutto il giorno la mente di Sarada continuò a sprofondare nel Sé, ma in ogni occasione riemergeva. Alle quattro del pomeriggio il pensiero io andò dal Cuore al cervello e cominciò a colpire l'interno del cranio. Sarada disse poi che era come un'ascia che cercava di spaccarle la testa dall'interno.
Non essendo in grado di sopportare quel dolore, prese la mano di Swami e se la pose sulla testa. Il pensiero io tornò al Cuore. Ma fu ancora solo una cosa temporanea. Pochi minuti più tardi salì di nuovo e ricominciò a colpirle il cranio dall'interno. Sarada si fece avanti, pose la sua testa sui piedi di Swami, ancora una volta il pensiero io tornò alla sua sorgente e questa volta mori per sempre.
Con la sparizione definitiva del pensiero io Sarada aveva realizzato il Sé. Swami dice che nei pochi minuti finali il suo pensiero io stava cercando di sfuggire per riprendere una nuova incarnazione, e che se lui non fosse stato presente esso l'avrebbe uccisa e sarebbe scappato. Nei primi minuti successivi alla sua realizzazione Swami pensò che Sarada stesse per abbandonare il corpo. Le braccia e le gambe divennero rigide e fredde e la circolazione del sangue si arrestò. Swami la scosse cercando di riportarla in vita, ma lei era incapace di aprire gli occhi. Gli venne in mente che se avesse abbandonato il corpo, non soltanto la sua famiglia si sarebbe seriamente adirata con lui, ma avrebbe potuto anche essere arrestato per omicidio. La portò a casa dei suoi genitori a Gudur, ma ci vollero cinque giorni prima che Sarada fosse in grado di sostenere la coscienza corporea per un po' di tempo. Per tutto questo periodo disse continuamente che voleva abbandonare il corpo e Swami dovette usare tutta la sua forza di persuasione per tenerla in vita, poi le diede il nuovo nome di Mathru Sri Sarada. Mathru significa madre e Sri è un prefisso onorifico. Era molto ansioso che rimanesse nel corpo, perché sentiva che avrebbe potuto offrire un aiuto prezioso ai devoti che cercavano il Sé. Comunque, fu molto difficile riuscire a tenerla in vita. Sarada continuava a non mostrare nessun interesse per il suo corpo, e nei successivi dodici mesi Swami fu impegnato in una battaglia quotidiana per tenerla in contatto con il mondo. Quasi ogni giorno Sarada perdeva la coscienza corporea e si ritirava nel Sé. Ogni volta che lo faceva diceva che non voleva più il suo corpo, che stava per abbandonarlo e ogni volta Swami doveva riportarla alla coscienza esterna per tenerla in vita.
La sua strategia consisteva nel cercare di interessarla al mondo esterno in modo che la sua coscienza corporea perdurasse. Era un compito difficile. Sarada ora era completamente senza pensieri e questo rendeva quasi impossibile far nascere in lei l'interesse per qualcosa. Fu soltanto il suo continuo amore per Swami a tenerla in vita. Ogni volta che cercava di abbandonare il corpo, a Swami venivano le lacrime agli occhi ed egli la pregava di restare. Allora Sarada provava un tale amore per Swami da non essere più in grado di spezzare il legame col corpo e col mondo. Swami la tenne occupata facendola giocare nel suo cortile con le bambole e facendole costruire parchi e giardini in miniatura. Ma anche se voleva obbedire agli ordini di Swami, Sarada era incapace di tenere l'attenzione su questi giochi più di pochi minuti per volta. La futilità di tutta l'attività umana la colpiva improvvisamente e allora annunciava a Swami di volere abbandonare il corpo.
Dopo circa un anno, le cose cominciarono a cambiare. Gli intervalli tra i ritiri periodici nel Sé divennero più ampi e alla fine Sarada ricominciò ad essere in grado di mantenere la propria attenzione sugli eventi della vita di ogni giorno.